venerdì 11 marzo 2011

Che casotto la Vita

pubblicato sul Il Paese Nuovo l'11marzo 2011


Cinema/ "Tutti al Mare"




Oggi, venerdì 11 marzo il debutto nelle sale del regista Matteo Cerami. In programmazione a Surbo per “The Space Cinema” e al “Pianeta Cinema” di Nardò

La pellicola racconta la storia di Maurizio (Marco Giallini)
che ogni mattina accompagna il padre in carrozzella al suo chiosco
in spiaggia. La sua attività è pronta per decollare dopoche i suoi
inservienti, Khaled e Omar, hanno issato in cima alla costruzione
la bandiera italiana. Quali clienti arriveranno al chiosco di Maurizio?

Intervista al regista Matteo Cerami/

Il colore arancio dell’alba si dilata nell’immensità di un azzurro cielo sul litorale romano; questa non è solo l’immagine della prima scena del film “Tutti al Mare” del giovane Matteo Cerami, ma è anche l’alba del suo esordio alla regia. Un esordio al limite tra il reale ed una magica atmosfera dei tempi andati; il film è costellato dai grandi nomi del cinema italiano a cominciare da Gigi Proietti, Ninetto Davoli, Ennio Fantastichini, Sergio Fiorentino, Ambra Angiolini, Marco Giallini, Ilaria Occhini e Vincenzo Cerami che tra l’altro ha firmato, insieme al figlio la sceneggiatura del lungometraggio; il cast è arricchito inoltre da altrettanti bravi attori come Libero de Rienzo, Francesco Montanari, Claudia Zanella, Elena Radonicich. Una commedia agro-dolce che fa riflettere sia sul vero senso dei piccoli gesti e sia su determinati cammei che ripropongono brani dell’attuale società contemporanea. Il caratteristico chiosco sulla spiaggia di Castelporziano, gestito dal proprietario Maurizio (Marco Giallini), è un micro mondo all’interno del quale si incontrano, ruotano e si avvicendano storie e personaggi “coralmente” raffiguranti l’italietta/multietnica di oggi.
In occasione della conferenza stampa del film abbiamo incontrato il regista Matteo Cerami e scambiato “due chiacchiere” con Gigi Proietti.

Opportunità e “fastidi” dell’essere figlio d’arte?
Si fa un gran parlare dei figli d’arte, nel bene e nel male. Io non l’ho mai vissuto come un complesso, né un ostacolo. Sono cresciuto tra muri che sudavano cinema, letteratura, teatro, poesia, nella bottega di un artigiano del racconto, che, scalpello alla mano, ho visto lavorare con umiltà per anni, gomito a gomito con alcuni tra i più grandi registi del nostro cinema. Mi sento il figlio di un fabbro, e trovo naturale e giusto che, se quella di “famiglia” è la strada che ho scelto di percorrere, possano giovarmi tutti gli insegnamenti che ho ricevuto, senza complessi di alcun genere. D’altra parte chi meglio del figlio del fabbro può conoscere il ferro e le tecniche per forgiarlo? Tutto dipende dal rapporto che hai con tuo padre.
Che rapporto hai con tu padre?
Io ho un rapporto meraviglioso con lui: ho uno scambio alla pari, un confronto sempre stimolante; la differenza di età è sostanziosa (quarant’anni) e questo impedisce qualsiasi rivalità. Abbiamo tutti e due da dare qualcosa all’altro. Così, è nata una “ditta”. E, finché funzionerà, continueremo a mandarla avanti.
Matteo Cerami durante le riprese del film
Come nasce l’idea del film?
L’idea del film nasce dal produttore di “Casotto”, Gianfranco Piccioli, che dopo 34 anni ha voluto tentare di ripetere l’esperienza del film di Citti: mettere su un film inventato dal niente, raccogliendo un cast incredibile e di grande qualità, girato all’interno di quattro pareti in poche settimane. Una sfida che “Casotto” ha vinto grandiosamente, essendo diventato un cult anche per generazioni come la mia, che 34 anni fa non erano ancora nate. Così, Piccioli è tornato da mio padre con questa folle idea. Papà era un po’ scettico, io invece entusiasta.


Come è stata la fase della scrittura a quattro mani?

Molto veloce e divertente. Quando si scrive un film di genere comico, s’improvvisa di continuo. Uno recita all’altro una situazione, uno scambio di battute, e, a seconda di come l’altro reagisce, si decide se tenere qualcosa di quelle fiammate, o buttare via tutto. Poi, pian piano, il film prende una strada, uno stile, un senso. Il cammino di “Tutti al mare” si è fermato per quasi un anno per colpa del blocco del FUS. Quando ho ripreso la sceneggiatura in mano, l’ho riletta e ho capito che cosa avevamo fatto. L’ultima scrittura è stata fondamentale e decisiva.
E’ stata dura dirigere 35 personaggi?
Ho sempre avuto il film bene in mente. Sapevo anche i rischi che potevo correre: cadere nel metafisico (un luogo unico in cui tutto accade è sempre metafisico), o risultare troppo superficiale, macchiettistico (i personaggi raccontati in tre scene sono spesso sopra le righe). Per questo ho scelto un cast in base allo spessore degli attori, e ho avuto una grande fortuna, perché tutti hanno capito quello che stavo facendo, ed hanno aderito con altrettanto entusiasmo. A volte ho cercato di guidare gli attori verso “la verità” dei personaggi, a volte ho rubato un po’ della “verità” a quegli attori che li incarnavano.
Nel cast sono presenti tanti bravi attori del cinema italiano, ma come è stato dirigere personalità come Gigi Proietti, Sergio Fiorentini, Ennio Fantastichini e Ninetto Davoli?
Di regola, più gli attori sono bravi, più è facile dirigerli. Inoltre, in un film corale, molto corale come questo, tutti gli attori sanno dall’inizio che non devono portare il film sulle loro spalle, da soli. Vengono sul set con l’umore giusto, con l’idea di divertirsi, e di dare il loro piccolo ma fondamentale contributo al film, senza timore e senza affanno.
Nel film vi è una costante interazione tra uomini e animali, ci spieghi il motivo?
“Tutti al mare” vuol essere un affresco divertito, sagace e anche un po’ terrificante del popolino italiano che ogni estate si riversa in spiaggia come scarafaggi. Non è un ritratto psicologico, ha più lo stile di un’osservazione antropologica. Sotto quest’ottica, il chiosco prende la forma di un acquario pieno di pesci che si credono in alto mare, mentre invece nuotano dentro un barile. Alcuni fanno le bizze come cavalli sbrigliati; altri si nascondono sotto gli ombrelloni come topolini impauriti. Infine, c’è chi si sdraia al sole come balene spiaggiate. Mi dica se non sembrano animali!
Perché far uscire il film a Marzo invece di quest’estate?
Il film è stato girato a maggio-giugno per un motivo assai ovvio: è praticamente un esterno continuo. Ad agosto, era impossibile fare le riprese, dato che le spiagge diventavano impraticabili. A settembre, molti attori erano occupati. La postproduzione è stata molto lunga e laboriosa, per ragioni non solo dovute al film. La prima copia è stata stampata poche settimane fa. Per cui il film era pronto adesso. Ci sono tre risposte possibili alla sua domanda. Le prime due sono di ordine puramente mercantile, che le darebbe qualsiasi distributore: “non si tiene un film nel cassetto per così tanto tempo”, e “d’estate la gente va al mare, non al cinema”. L’altra, più disinteressata, che le do io, è che il cinema non è la televisione. Se fuori nevica, al cinema voglio vedere il sole. Pensi al successo dei film di Natale…
Come nasce il personaggio dell’uomo del pappagallo interpretato da Vincenzo Cerami?
L’umanità che passa per il chiosco è assolutamente casuale: è la gente, o, come si dice, la massa, che va al mare. Tutti i personaggi che abbiamo inventato sono frutto di improvvisazioni, non c’è una parabola o una metafora, nella selezione che abbiamo fatto. La metafora risiede più nel quadro generale, in cui, appunto, questo chiosco prende la forma di un microcosmo. E più i personaggi sono distanti l’uno dall’altro, più il microcosmo appare vario e imprevedibile. A noi interessava più il pappagallo, ovviamente. Nell’idea di dare un’immagine più creaturale che sociologica del popolino in vacanza, ci piaceva inserire questo uccellaccio antipatico, che ripetendo ossessivamente lembi di frasi sentite tutto il giorno nel chiosco, faceva da eco alle fregnacce della gente, prendendosi gioco di essa, ma alla fine, in qualche modo, rendendole anche omaggio.
Per quanto riguarda “il suicida” messo in scena da Ennio Fantastichini, che cosa ci puoi raccontare?
Il personaggio di Ennio è tra tutti il più misterioso. Rimane inspiegato il suo delirio e la sua vicenda personale agli altri personaggi così come a noi spettatori. Eppure, nelle sue parole – in gran parte citazioni dell’Ecclesiaste – sono raccolte altissime verità, che nessuno coglie, poiché impegnato nella sua giornata di mare senza pensieri. È preso per un pazzo, debosciato, forse un criminale. Ma è l’unico che dice cose vere e belle.
Come vedi la “piccola borghesia” nell’era dalla globalità?
L’umanità di “Casotto” era figlia della guerra e della fame, entrava nell’era del benessere cocomero in mano e sporta piena di cotolette sotto l’ascella, nella cabina collettiva, piccolo rifugio al riparo dagli sguardi indiscreti di tutti – tranne che dalla macchina da presa di Citti, – i bagnanti anni ’70 si svestivano della maschera di piccolo borghese e al chiodo lasciavano appesi segreti, vergogne, grettezze, per mostrarsi nudi come natura li aveva fatti. Quando si buttavano in mare tornavano liberi, bambini. Oggi la fame è sparita, è diventata bulimia. Il benessere non è più una conquista, bensì una pretesa, e, in fin dei conti, una magra consolazione rispetto ai sogni irraggiungibili che ci propina la pubblicità. Siamo attaccati alle nostre magre ricchezze e viviamo col terrore di doverle restituire, prima o poi, a qualcuno più degno o più furbo di noi. Non andiamo più al mare per spogliarci, ma per continuare a recitare la commedia della vita. Perché nudi non siamo più nessuno. Il mare ha smesso di essere un orizzonte blu pieno di possibilità, è diventato una minaccia. È “zozzo”, schiumoso, tiepido, transgenico e ogni giorno deposita sulle nostre coste gente che fugge dalla disperazione e approda in Italia, piena di sogni, come eravamo noi trent’anni fa. Ecco, i loro sogni, oggi, a noi fanno paura.
Nel 2001 sei stato assistente alla regia di Roberto Benigni per Pinocchio, come è stata quest’esperienza?
Le riprese di “Pinocchio” sono durate più di sei mesi. È forse il film italiano più costoso che sia mai stato realizzato. A prescindere dal risultato, in quei sei mesi, intorno a Benigni si è concentrato il meglio del meglio del cinema italiano: artisti di altissimo livello e tecnologia all’avanguardia. L’esperienza di quel set mi ha insegnato non solo la “macchina” cinema, ma mi ha dato anche la possibilità di vederla manovrare da professionisti di serie A. È stato fondamentale per la mia formazione non solo di regista, ma anche e soprattutto di sceneggiatore.
Quale è il tuo approccio alla scrittura e cosa ti affascina?
Come ho già detto, sono cresciuto nella bottega di un artigiano, mio padre, che ha avuto da giovane, come mentore, Pasolini. Pasolini ha usato tutti i linguaggi conosciuti per esprimere la sua poetica: letteratura, teatro, saggistica, cinema, poesia… Mio padre ha fatto ricchezza di questo insegnamento e anche lui spazia dal romanzo, al dramma, al film, al fumetto. Vedendolo lavorare, ho imparato che ogni racconto ha un suo stile, ogni stile una sua lingua prescelta. Ci sono storie adatte al cinema, storie che esistono solo nella parola scritta, storie che richiedono una messa in scena, magari muta, o cantata, chissà. Questo “approccio” è affascinante per me, perché è libero. Ogni linguaggio ha i suoi vincoli, le sue regolette da manuale, ma non vanno vissute come ostacoli, bensì come strumenti, come sfide.
Cosa pensi dell’attuale commedia all’italiana?
La recente esplosione di commedia italiana nel panorama cinematografico degli ultimi due anni è sicuramente un evento felice, perché contribuisce a rinnovare l’affezione degli spettatori verso il cinema. Il mio timore è che d’ora in avanti e chissà per quanto tempo ancora, produttori e distributori rifiuteranno qualsiasi altro genere di film.
Come è cambiata la comicità dagli anni settanta ad oggi?
Come diceva Monicelli, la vera commedia ha un finale amaro. Quello che vedo uscire ultimamente di rado accoglie e rispetta questa caratteristica. L’appeal maggiore è quasi sempre televisivo (basti pensare agli interpreti, tutti figli del piccolo schermo), la confezione è color pastello, il risultato spesso superficiale. Anche il genere trash non trova degni discepoli. Ma per questo dilemma credo di avere una risposta: non ci sono più i caratteristi, perché oggi, molto semplicemente, non ci sono più i “caratteri”. Ciò detto, ci sono autori di grande livello, penso per esempio a Virzì, che le parole di Monicelli non le ha ancora dimenticate.
Quali film guardi al cinema?
Ho due figli, e per fortuna molto lavoro. Purtroppo molti film li vedo in dvd. Quando riesco a prendere una boccata d’aria per andare al cinema, è quasi sempre davanti alla biglietteria che faccio la mia scelta. In genere scelgo quello nella sala più piccola, perché so che la prossima volta che potrò uscire di casa, non ci sarà più. E non ha idea di quanti capolavori ci sono, nelle sale piccole…
L’ultimo film che hai visto?
Mi pare “Immaturi”. E prima ancora: “La versione di Barney”. Ma quello che mi ha colpito di più è stato “Cosa voglio di più”, di Soldini. Bellissimo.
Cosa pensi sul cinema “made” in Puglia?
Cosa intende per cinema “made” in Puglia? Film ambientati in Puglia come “Mine vaganti”, o film di pugliesi come “Che bella giornata”? Per me non esiste il cinema regionale… Esiste il Cinema, che è il linguaggio della realtà, e, in quanto tale, ha bisogno di nutrire i suoi racconti con la realtà la quale può essere pugliese, laziale, milanese, o siciliana… Come vede, le ho citato due film ben distanti tra loro. Ciò detto, io amo la Puglia e ho dei ricordi bellissimi della vostra terra. Ha una cultura forte, antichissima, di gran carattere. E il paesaggio è magico. Un regista a caccia di personaggi e ambientazioni non ha difficoltà a trovarne in Puglia. Ma per conoscere la vostra terra, bisogna venirci di persona, non bastano due ore per raccontarla.
Dopo questo lavoro quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho in cantiere due progetti diversissimi tra loro. Ahimè, non sono commedie…Uno sta venendo fuori come un thriller. È ispirato a una storia vera: ha per protagonista un falsario che negli anni ’70 è finito nelle mani dei servizi segreti italiani. L’altro invece è più “agganciato” all’oggi: parla di escort, è una storia di amore e potere. Come se raccontassi Ruby in un romanzo di Zola.

Tre battute con Gigi Proietti/

Perché ha scelto di fare questo personaggio?
Diciamo che capita di fare sempre personaggi comodi e questo l’ho fatto molto volentieri ed inoltre ho ritrovato vecchi amici.
Meglio interpretare i piccoli e mirati ruoli al cinema oppure quelli da protagonista in teatro ed in televisione?
Beh all’età mia fare determinati ruoli è conveniente perché si fatica molto meno- risata- e se il risultato è buono, ed in questo mi auguro che il film lo sia, con poca fatica si ottiene tanto; ma alla fine questo è il risultato che vogliono tutti dai grandi fisici ai grandi “meccanici”– risata- scherzo ovviamente non è che non mi piacerebbe fare ruoli sostanziali anzi, però secondo me è importante e da molto “gusto” riuscire a far ridere.
Cosa pensa e cosa manca alla commedia all’italiana?
Il fatto che la “commedia” in questo momento, chiamiamola “commedia”, costituisca un traino per il cinema italiano è sempre successo, non capisco perché ci si stupisca; anzi io mi stupivo quando la commedia non trainava più; la commedia all’italiana ed i film che un tempo erano considerati di serie B, rivalutati tempo fa anche da Tarantino, sono tutte cose che stanno nell’ambito della commedia, ma questo non riguarda solo “il caso italiano”. A volte quando si sente, come mai i film tragici non funzionano più come prima ? -risposta- Ma quanno mai – risata-.

Giuseppe Arnesano




martedì 1 marzo 2011

Parola di Porzia

Pubblicato sul Il Paese Nuovo martedì 1 marzo 2011


Teatro: intervista all’attrice Federica Vincenti/
Federica Vincenti e Moni Ovadia in una scena di Shylok

Questa sera,sul palcoscenico del Teatro Filograna di Casarano, all’interno della rassegna teatrale “Pensiamo in prosa”organizzata dal comune, andrà in scena lo spettacolo “Shylock - Il mercante di Venezia in prova”riscritto da Roberto Andò e Moni Ovadia, prodotto da Nuova Scena, Arena del Sole e Teatro Stabile di Bologna. Nel ruolo di Shylock, un interprete di eccezione: Shel Shapiro. In scena, l'attrice di origine salentina,Federica Vincenti che interpreta la bella, ricca e corteggiata ereditiera di Belmonte... una misterica trasformista..


Un ritratto di Federica Vincenti

«Considero il mondo per quello che è; un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte». Questa battuta viene recitata nel I Atto della I scena della cinquecentesca opera teatrale “Il Mercante di Venezia” scritta dal grande bardo William Shakespeare...All’altro capo del telefono c'è Federica Vincenti. Giovane e determinata attrice teatrale, che nel “Mercante” interpreta la bella Porzia. La Vincenti ha già recitato nel film “Il Grande Sogno” ed ultimamente la ritroviamo, ancora sul grande schermo, al fianco di Kim Rossi Stuart nella pellicola diretta da Michele Placido “Vallanzasca. Gli angeli del male”. Federica ci ha raccontato, con semplicità e vivacità, parte del suo mondo legato al territorio ed intensamente vissuto tra lavoro e famiglia. Un’attrice tutta in ascesa, che vedremo presto sulle reti Rai, ma con la mente e lo spirito carichi di amarcord per quei tempi “in bianco e nero” ormai passati che ancora nostalgicamente ci affascinano.

Come nasce la tua passione per il magico mondo dello spettacolo?
La mia passione nasce dal canto facendo piano bar tra i tredici ed i quattordici anni facendo, poi guardando Manfredi in TV che parlava dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica sono rimasta incantata dalle sue parole; alla fine ho voluto sperimentare tentando la scalata. A diciotto anni mi sono spostata a Roma e dopo il diploma in accademia è iniziato il mio percorso teatrale.

Nella reinterpretazione dello spettacoloShylock-Il mercante di Venezia in prova” interpreti Porzia, cosa ti ha emozionato di questo personaggio?
Il mio personaggio ha un ruolo importante e centrale, perché intorno a questa figura femminile, vista sia come punto di riferimento per gli uomini che come “fonte di denaro”, si consolida l’affermazione della donna. Credo che la storia di questo personaggio possa essere paragonata ad una donna di oggi che prima si cimenta a fare un calendario e successivamente diventa ministro; un personaggio riconducibile alla vita di tutti i giorni. Rileggendo la parte finale si comprende l’importanza di questa donna, in quanto sarà lei a “far quadrare i conti” facendo confiscare tutti i beni del personaggio ebreo.

Descrivici la figura del personaggio ebreo al interno dello spettacolo?
E’un personaggio fondamentale nel sistema dello spettacolo, soprattutto perché ci aiuta a capire la figura dell’uomo di oggi. Un passaggio centrale della rappresentazione è quello relativo al monologo dell’ebreo Shylock: “Non ha occhi un ebreo? non ha un ebreo mani, organi, membra, sensi, emozioni, passioni..ecc” in questo passo si evince quell’idea di uguaglianza tra ebrei e cristiani. Sia in questo testo, come in tutti gli altri testi shakespeariani, si analizza la figura in maniera completa; il passo può essere attualizzato, ossia possiamo pensare che la figura dell’ebreo per noi possa essere quella di un zingaro. Loro in realtà sono uguali a noi. Siamo noi che decidiamo di guardarli in maniera differente.

Cosa ti è piaciuto della riscrittura a quattro mani degli autori Roberto Andò e Moni Ovadia?
Il testo originale presenta al suo interno tante sfumature; mentre nella rilettura del Mercante di Venezia riscritta da Andò ed Ovadia si racconta l’uomo di oggi per il quale tutto ruota prevalentemente intorno al denaro.

Quali sono le difficoltà che può incontrare una giovane attrice di teatro?
Le difficoltà sono tante; certo poi alla fine dipende dalla tipologia di lavoro che si vuole fare. Ad esempio credo che se una ragazza volesse fare la velina o la showgirl andrebbe incontro a probabili “richieste indecenti”. Secondo me le situazioni sono differenti e dipende molto dalle scelte personali. Io ho deciso di fare un mestiere come tanti altri, ma che al suo interno custodisce il fuoco sacro dell’arte; un’arte pura nel vero senso della parola; nel mio caso, da attrice, le mie scelte sono ponderate ed orientate in base alla qualità, ma soprattutto anche su quello che è stato il mio percorso in Accademia. Ad esempio la mia collaborazione con Piovani è arrivata perché ho scelto determinate occasioni. Anche se ti ritrovi in “certi” ambienti, l’importante è non essere tentata, altrimenti se cadi in tentazioni poi non puoi lamentarti se ti hanno messo le mani addosso.La scelta per un’attrice cambia..oggigiorno di attrici ce ne sono tante e la parola attrice viene usata in continuazione; io più che attrice mi sento un’artista.

Secondo te il Teatro ha ancora quella grande responsabilità di narrare la vita e la verità?
Si assolutamente, penso che oggi anche con uno spettacolo di prosa si possa raccontare e ritrovare il senso delle cose e della vita. Shakespeare ad esempio ne è un esempio lampante; in quasi tutte le sue opere egli rappresentava la natura umana. In Amleto ad esempio prevale il sentimento dell’invidia; queste letture molte volte si ritrovano in drammatici avvenimenti quotidiani e questo ci fa capire che l’essere umano nel corso dei secoli non è cambiato. Credo che quanto più lontano una cosa possa sembrarci comunque racconta la nostra vita. Nonostante gli spettacoli contemporanei possano essere maggiormente compresi, penso che i testi teatrali classici ci rappresentino di più; perché in essi vi è analizzato il tutto, ossia quel grande connubio tra passato e presente magistralmente analizzato e poi rappresentato dai cosiddetti autori classici.

Nel film Vallanzasca
Come è stato interpretare la donna del “boss della Comasina” Giuliana Brusa nel film “Vallanzasca”?
Giuliana è un personaggio un po’ complicato; è la storia di una donna che si innamora di Vallanzasca indirettamente, conoscendolo prima tramite il video e poi attraverso una serie di lettere; in questo rapporto ho visto un qualcosa di romantico e sono stata contenta di rappresentare Giuliana; poi al fianco di Kim Rossi Stuart mi sono travata molto bene, è stata una bella esperienza.

Michele Placido come regista?
Come dire, quando mi dirige non è molto carino; nel senso che se ha qualcosa da dirmi “me ne dice di tutti i colori”. E’un grande direttore questo è indubbio; è uno che vive la scena sul momento ampliando anche la sceneggiatura; da questo punto di vista Michele è molto di “pancia” sia nel dirigere un attore che nel girare una scena.

Quale è il personaggio che ti ha maggiormente affascinato?
Il personaggio che mi ha affascinato di più è stato quando ho interpretato Micol Finzi Contini nel Romanzo di Ferrara tratto da una riscrittura di Tullio Kezich; non posso non dimenticare il bellissimo precedente e la storica interpretazione di Dominique Sanda per la regia di Vittoria De Sica; sono stata onorata di reinterpretare quel personaggio in teatro.

Quale personaggio ti piacerebbe interpretare?
A me piacerebbe tanto “L’opera da tre soldi” di Bertolt Brecht; penso che per un’attrice di teatro interpretare Ofelia o Lady Macbeth sia la realizzazione di un sogno, ma al di là di questo l’importante è fare questo lavoro con volontà ed amarlo veramente. In quel momento sei unica e vai alla ricerca della tua amina o dimensione. Alla fine non ho delle regola fisse sui personaggi ne su determinati registi, sono pronta a tutto, ma non ad essere una “velina” – risata -. Che poi alla fine le veline, con molta pazienza, riescono ad occupare tutti i ruoli, tra un po’ a qualcuna di loro le faranno interpretare Lady Macbeth –risata-.

Nel 2010 hai ricevuto il Premio Persefone come rivelazione Attrice/cantante dell’anno per lo spettacolo “Italia Mia” regia di Vincenzo Cerami e musiche di Nicola Piovani, raccontaci come è andata?
La collaborazione con Piovani e Cerami è stata molto importante,oltre al fatto di essermi travata bene con loro. E’ stata un’ esperienza nuova, diversa dalle prove teatrali. Un episodio particolare è stato all’Auditorium della Musica di Roma quando dopo lo spettacolo ho incontrato Benigni; in quell’occasione lui è stato molto carino facendomi dei complimenti sull’esibizione ed in particolare sul canto. Lo spettacolo “Italia Mia” è diventato anche un dvd prodotto con la Rai.

Hai studiato canto, che genere di musica ascolti e cosa canticchi solitamente?
Ho una passione per la musica classica e per quella leggera. Ascolto sia la Lucia di Lammermoor che Mina; Adoro anche i Musical come Cat, Les Misérables, il Fantasma dell’Opera. Premetto che tutti i generi di musica mi fanno emozionare, ma non mi sento particolarmente attratta dal rock, rap e l’house. Per citare alcuni brani che sento molto vicino a me sono “The way we were” colonna sonora dal film “Come eravamo” con Barbara Streisand; studiando questo ed altri brani della Streisand successivamente mi sono ritrovata a cantarli; queste sono le canzoni che mi hanno influenzato negli anni. Mi sono ritrovata anche a cantare, come nello spettacolo di Ovadia, un’aria del cinquecento di Dolland, non con la voce classica di testa, ma diciamo creando un connubio tra la voce di testa e quella di petto; penso che la mia “voce” sia un po’ contaminata dal classico.
E’ peccato che oggi non si ascoltino più le canzoni di una volta che rappresentano la nostra storia, ad esempio quella di “Moon River” in “Colazione da Tiffany”. E mi chiedo come mai in Rai durante gli spettacoli propongono delle musiche che non ci appartengono?; forse perché oggi si cerca l’originalità e la trasgressione nelle cose; e delle volte questa trasgressione ed originalità non trasmette le emozioni giuste; direi che sarebbe meglio ritornare un po’ al passato.

Se ti dovessero invitare a cantare sul palco della Notte della Taranta?
“Lu rusciu del lu mare è mutu forte la fia de lu re se dae la morte”. Questa è la mia tradizione.

Da circa cinque anni sei mamma di Gabriele, quanto è cambiata la tua vita e come è vivere “tra palco e realtà”?
La vita cambia totalmente; devi cercare di bilanciare il tutto, da un lato devi dare a lui la giusta tranquillità e dall’altro devi cercare di non perdere di vista il lavoro. Mi accorgo che lasciare mio figlio a Lecce con mia madre non è facile, ma chi fa questo lavoro, in teatro specialmente, è necessario e credo che in questo modo i figli crescano meglio; poi tutte le volte che sto con lui do il massimo e la qualità è alta.

Cosa si prova a vivere al fianco di un grande artista?
Sono ormai anni, ci compensiamo a vicenda; lui è una persona speciale e generosa che sa molto ascoltare gli altri, ama molto la famiglia ed una persona di grande umiltà, valore che lui mi trasmette ; non è un uomo assolutamente viziato ed è lui che si prodiga quando io non sono a casa. In questi anni mi ha insegnato tantissimo; sono migliorata anche grazie a lui e quello che sono lo devo anche a lui. I suoi ritmi e la sua cultura hanno influenzato anche le mie scelte teatrali; poi dopo tanti anni che vivi con una persona impari a conoscerla sempre meglio.

Progetti per il futuro?
Adesso,finito questo spettacolo il sei Aprile inizio una fiction in Rai dal titolo "Nero Wolf" insieme a Francesco Pannofino. Diciamo che dopo tanti anni di teatro questo è il primo impegno televisivo e sono contenta di fare questa nuova esperienza.

L’ultimo film che hai visto?
L’ultimo film che ho visto è stato “Closer” ed “Inglourious Basterds” di Tarantino; e poi ho ripreso i fantastici film di Mel Brooks come “To Be or not to Be”, “Frankenstein Junior” e sono letteralmente impazzita.

Quali sono le tue letture?
Recentemente le mie letture sono quelle dello scrittore Eric-Emmanuel Schmitt, come ad esempio Piccoli crimini coniugali”, “Il bambino di Noè”; e poi ultimamente ho letto “Oltre lo specchio” un romanzo scritto da una giornalista del Corriere della Sera, Emilia Costantini.

Chi sono i tuoi Maestri nella vita?
In Accademia ho avuto Lorenzo Salveti ed altri, ma credo che alla fine i veri maestri sono quelli che conosci nella vita, come Piovani, Ovadia che per me in questi anni sono stati un po’come un punto di riferimento e poi soprattutto il mio compagno e maestro.

Cosa pensi del Salento ?
Sono orgogliosissima della mia terra; ed ogni volta che ne parlo, mi dicono “quanto è bella Lecce” e questo mi entusiasma veramente tanto. A Lecce, come nelle altre città del Salento, ci sta un bel movimento poi ad esempio a Casarano, quest’anno al teatro Filograna hanno realizzato un bel programma teatrale. Sono veramente soddisfatta.



Giuseppe Arnesano

domenica 20 febbraio 2011

Quando dici il Paradiso

Pubblicato sul Il Paese Nuovo il 20 febbraio 2011


pn.culture.blogspot.com
sul sito di pnculture le pagine del giornale

Cinema/Intervista alla regista Paola Randi

In questi giorni è giunto nelle sale cinematografiche italiane, dopo la presentazione nella sezione Controcampo italiano alla 67° Mostra del Cinema di Venezia, il lungometraggio “Into Paradiso” opera prima della regista milanese Paola Randi; la vulcanica Paola ha raccontato, in maniera spontanea e divertita, i retroscena della sua “fiaba” vissuta con professionalità, armonia e vivacità d’insieme...
A Lecce in sala al Don Bosco d'Essai

Napoli, l’occhio dell’osservatore si disorienta e poi si smarrisce tra i chiassosi e colorati vicoli della labirintica città partenopea; su questo palcoscenico naturale, che ha come sfondo la sagoma del Vesuvio, si scoprono tanti micro -mondi uno all’interno dell’altro e,dopo aver percorso sbadatamente un umido corridoio scalcinato, s’apre di fronte a noi il “fondaco” ossia il variopinto rione dello Sri-Lanka parzialmente colonizzato da immigrati. Su di un’anonima terrazza,in pochi metri quadrati, si intrecciano le storie di: Alfonso D’Onofrio (Gianfelice Imparato) introverso scienziato napoletano neodisoccupato, dell’affascinante Gayan (Saman Anthony) squattrinato ex campione di cricket srilankese e di Vincenzo Cacace (Peppe Servillo) il corrotto politico locale dal carattere cinico ed arrivista. I tre personaggi al limite tra il reale ed il surreale, si rincorrono in un tempo cadenzato e corale arricchito da un insolito spirito comico a tratti poetico.
Conosciamo meglio l’esordiente video-maker:

Paola, Come ha vissuto la “napoletanità” durante la lavorazione del film?

Mi sono divertita molto ed il quartiere ci ha accolto benissimo; poiché nonostante fossimo in questo crocicchio di vicoli, appostati sul tetto di questo palazzo nel “fondaco” per circa due settimane,la gente ci ha letteralmente adottato; grazie alla collaborazione delle persone siamo riusciti a portare il trucco, i costumi ecc..direttamente dentro le case dei residenti. Eravamo mescolati perfettamente alle persone; un esempio buffo riguarda Gianfelice Imparato che girava tranquillamente in canottiera e con il sigaro.

Come è stato dirigere Gianfelice Imparato e Peppe Servillo?

Bhè è stato fantastico! Gianfelice Imparato è un genio; inoltre è stato un sostegno fondamentale per me, soprattutto perché è riuscito ad instaurare con tutto il cast un’armonia straordinaria; credo che il rapporto creatosi tra Imparato, Servillo ed Anthony sia evidente durante la visione del film; questa affiatata collaborazione è stata un po’una mia scommessa vinta; anche Servillo è stato meraviglioso; alla fine posso dire che sono stati tutti bravi.

Il ruolo di Saman Anthony invece?
Ginafelice e Peppe sono stati straordinari nel lanciare un “non attore” come Saman Anthony che per la prima volta nella sua vita, oltre a recitare nella sua lingua, ha dovuto recitare con due attori che dialogavano velocemente in napoletano. Anthony è stato bravo ad accordasi con queste due grandi personalità.

Come nasce l’idea di utilizzare quella “surreale scenetta” per raccontare i “sogni ad occhi aperti” di Alfonso?

L’idea nasce da esperienze differenti; dopo aver studiato Giurisprudenza ho fatto anche teatro e successivamente mi sono dedicata alla pittura per diversi anni; solitamente frequento musei o mostre d’arte contemporanea per cercare degli spunti sulle immagini, visto che è il mio modo di lavorare soprattutto per quanto riguarda la sceneggiatura. Mi sono accorta che ho bisogno di stimoli visivi per capire ciò che voglio realizzare; mi sono sempre interessata della memoria emotiva perché i “fatti” non sono particolarmente importanti, ma al contrario è importante indagare e comprendere il come “noi li viviamo” e come “noi li reinterpretiamo nel ricordo”; questo è il nostro modo di vivere a determinare le nostre scelte. Aggiungo che “il sogno ad occhi aperti” è un processo creativo libero messo in atto da tutti e questo dimostra che la creatività appartiene al patrimonio dell’umanità; credo che questo è molto importante visto che è un carattere che ci distingue nel resto dal creato; i “sogni ad occhi chiusi” sono creazioni involontarie nel processo di associazione delle immagini; mentre durante la veglia la persona sceglie e questo suggella la nostra libertà; quindi quando uno sogna ad occhi aperti si sente veramente libero; ed allora perché non poter esplorare una cosa talmente straordinaria?; in più il personaggio di Alfonso si adattava perfettamente per mostrare questi processi mnemonici.

Quali effetti ha utilizzato durante le fasi di lavorazione del film?

Ho preferito lavorare con gli effetti a ripresa.

Perché?

Nonostante ami molto gli effetti digitali, prediligo quelli a “ripresa” poiché hanno un gusto particolare, sono unici ed irripetibili e confermano quell’aspetto di irripetibilità che invece l’effetto digitale non ha perché è infinitamente riproducibile. Questo genere di effetti da un tocco artigianale, la gente si diverte a vedere e capire come è fatto un trucco; è un qualcosa di magico, secondo me affascina perché può essere riprodotto da ognuno di noi.

A proposito degli effetti a ripresa, ci spiega la tecnica dell’animazione a “passo uno”?

La tecnica a “passo uno” è un’antica tecnica di animazione fatta con l’attore; solitamente l’immagine cinematografica contiene 24 fotogrammi al secondo di pellicola; dunque ogni fotografia che scatti è un fotogramma e devi scattarne 24 per realizzare un secondo; successivamente muovi i tuoi personaggi a seconda della velocità che vuoi in ripresa. Non è molto complicato da eseguire ed alla fine l’effetto finale è molto piacevole e divertente.

Come è stato accolto il film nella comunità srilankese?

Molto bene, ti racconto che l’altra sera quando sono andata a Napoli per presentare il film, erano presenti molti “attori” della comunità che con le loro famiglie ci hanno festeggiato; loro sono stati contenti ed io tanto felice di avere lavorato con questa comunità molto piacevole. Ogni giorno la nostra società diventa sempre più multiculturale e questo è una fortuna, cosi apportiamo “sangue nuovo” migliorando le nostre difese immunitarie; d'altronde io non potrei non essere per il “mix” visto che sono milanese solo sulla carta, vivo a Roma e le origini della mia famiglia sono sparse in mezza Italia.

Secondo lei gli italiani si trovano a loro agio in una società multirazziale?

Certo alla fine noi siamo tutti immigrati; noi siamo davvero ovunque nel mondo e ci siamo integranti perfettamente con grandissimo successo. Io spero che la maggior parte degli italiani si ricordi di ciò che hanno fatto le generazioni precedenti; Il fatto che la nostra società sia multietnica è un valore importantissimo perché in questo modo il confronto culturale non può che portare a risultati fantastici. Ad esempio Milano è stata da sempre una città con una fortissima immigrazione, e non a caso è una città che produce di più, più laboriose e più ricca d’Italia. Penso che l’immigrazione porterà linfa nuova a questo Paese, e quindi l’immigrazione è il futuro.

Invece quelle sparute sacche politiche che remano contro queste idee?

Chi se ne frega della sacche politiche, sono gli italiani che decidono ed è il popolo che deve ricordarsi di fare le scelte giuste. I politici sono lì al nostro servizio e non al contrario; sono i cittadini che possono “defenestrarli” quando vogliono; basta avere le idee chiare ed avere memoria del nostro passato. Gli italiani sono un grande popolo e devono ricordalo sempre; credo che il senso di responsabilità deve essere di tutti i cittadini, quindi prendiamoci queste responsabilità.

Cosa ne pensa della Manifestazione di domenica 13 in Piazza del Popolo?

E’ stata uno “schianto”; io sono orgogliosissima in quanto donna; credo che non importino i differenti modi di interpretare le cose, il concetto e la voce sono unanimi: Basta!
Ci siamo un po’ rotti i “…” è tempo di cambiamento ed è bellissimo e sono felicissima di vedere che la piazza risponda in questo modo.

Parliamo di M A U D E, gruppo delle lavoratrici dello spettacolo, di cosa si tratta?

Sono impegnata in un gruppo delle lavoratrici dello spettacolo che si chiama “M A U D E”, presente anche su Facebook anzi invito tutti gli uomini e le donne ad iscriversi, si occupa dei diritti dei lavoratori dello spettacolo con l’idea che, tutelando il lavoro delle donne nello spettacolo e la presenza femminile nella televisione e nel cinema, si garantisce un’immagine della donna ed anche dell’ uomo un po’più rispettosa ed edificante di quella che ultimamente ci viene proposta.

Per informazioni scrivete a maude.lavoratricispettacolo@gmail.com o cercateci su Facebook a “MaudeBlog gruppo di discussione delle lavoratrici dello spettacolo"



In poche battute, da regista come ricostruirebbe l’Italia di oggi?

Mi auguro che tutti continuino a scendere in piazza; in una prospettiva futura vorrei una maggiore apertura, tolleranza, una nuova politica per il lavoro, per la cultura e per la ricerca; sarebbe un grande traguardo se questo Paese riuscisse a raggiungere i Paesi più evoluti; perché in queste realtà,durante la crisi mantengono e sostengono la ricerca e soprattutto danno spazio ai giovani.

Cosa consiglia ad un giovane “apprendista” regista?

Consiglio di buttarsi e di fare; oppure, come dice Werner Herzog: «prendete la “camera” e fate un film, non ci sono più scuse». C’è bisogno dei giovani, in più mi rivolgo alle istituzioni, occorrono più borse di studio per fare esordire le giovani promesse del cinema italiano.

Come è stata l’esperienza alla Mostra del Cinema di Venezia?

Un’esperienza fantastica, già per il fatto di essere a Venezia e poi perché nella mia sezione di concorso erano presenti nomi nanto noti, tranne noi. “risata”
Sono stata molto a mio agio perché erano presenti tutti i miei amici da Roma ad incoraggiarmi; in sala siamo stati accolti benissimo, pensa che abbiamo avuto quindici minuti di applausi.

Come vede il Cinema Italiano?

Il Cinema d’autore è stato sempre il nostro fiore all’occhiello; ci sono dei registi importantissimi sia giovani che non; ad esempio Perrone e Sorrentino. Con tutto il rispetto per il cinema commerciale o “cinepanettone” è giusto che ci siano, ma in un Paese come il nostro il cinema d’autore è molto importante ed è quello che fa la differenza nel panorama estero. Deve essere sostenuto!

Chi sono i nuovi esordienti?

Gli esordienti sono tanti e molto bravi..

Qualche nome pugliese?

I pugliesi molto bravi che ancora devono esordire e che ho conosciuto sono: Pippo Mezzapesa, Andrea Costantino e Michele Bia, questi secondo me sono tre pezzi da novanta che faranno tanta strada. Ma chissà quanti alti ce ne sono.

Cosa pensi della Regione Puglia?

La Puglia è una delle Regioni culturalmente più vivaci in Italia ed è veramente una bella terra. Ho lavorato con la compagnia “Teatro minimo” e mi ricordo di lavori in teatro con Michele Torsello e tanti altri..beh poi avete delle vecchie glorie come Edoardo Winspeare.

Quali sono i suoi Maestri?

Beh ne ho troppi “risata”; facciamo così, te ne dico uno italiano ed uno straniero. In Italia guardo la commedia di Monicelli, e tra i suoi films preferisco “La Grande Guerra”; lui abitava vicino casa mia nel rione Monti e ricordo che prima di girare sono andata a chiedere la sua “benedizione”. Mentre un Maestro d’oltreoceano è William Hal Ashby, lui ha fatto film meravigliosi come “Harold e Maude” ed “Oltre il giardino” che tra l’altro è l’ultimo film con Peter Sellers.


Giuseppe Arnesano
Giuseppe Arnesano

domenica 13 febbraio 2011

In fondo alla Storia

Pubblicato sul il Paese Nuovo il 13 febbraio 2011

Luoghi del Salento/Oria

Questa domenica varchiamo i confini territoriali ed amministrativi di quella provincia rappresentata dal delfino che stringe tra i denti la mezza luna turca, per inseguire il cervo simbolo della seconda provincia meno estesa della Regione ossia Brindisi. Lungo il collinare sentiero nell’entroterra del Salento settentrionale, non molto lontano dalla romana via Appia, si eleva circoscritta a Nord dalle Murge ed a Sud dal Mare Ionio, un’altura sulla quale svetta il centro della Città di Oria architettonicamente ritratto dal poderoso castello svevo.
Anche nel caso di Oria, le origini sulla fondazione della città si dissolvono tra le oscure profondità della storia sino ad assurgere a leggenda; si racconta che Erodoto di Alicarnasso, uno dei primi storici del mondo antico se non il primo grande storico greco, ritenuto da Cicerone il “padre della storia”, e Strabone geografo greco, abbiano commentato le sventurate vicende naufraghe di un gruppo di cretesi provenienti da Minos, i quali approdati fortunatamente sulle coste joniche nel 1200 a.C. decisero di fondare, sulla sommità di quella collina che dominava la vallata, l’arcaica Hyrìa. Nonostante il naturale corso della storia, che ha visto su questo territorio le consequenziali testimonianze di civiltà come messapi, romani, bizantini e longobardi, riportiamo all’attenzione il “cavalleresco” periodo Normanno datato intorno al IX secolo d.C.
Il territorio venne conquistato nel 1062 dalla famiglia Altavilla; mentre durante la dominazione dello Stupor mundi (Imperatore Federico II di Svevia) si deve, oltre alle numerose ristrutturazioni del vecchio borgo fortificato nell’alto medioevo, la costruzione del Castello Svevo collocato sulla zona più alta di Oria a circa 170 metri sul livello dal mare. Il castello venne realizzato su ordine dell’Imperatore tra il 1225 ed il 1233, per ampliare quella robusta cortina architettonica che caratterizzava la fortificazione dell’intero territorio pugliese; dai bozzetti vergati dallo studioso Cosimo de Giorgi (1842-1922) il quale visitò il maniero nel giugno del 1880, apprendiamo che : “il fortilizio svevo ha una forma di un triangolo isoscele, con il vertice orientato a nord e la base a sud, da cui si domina la campagna di quest’angolo di Terra d’Otranto, i vertici meridionali culminano in due alte torri di forma cilindrica (la Torre del Salto e la Torre del Cavaliere), mentre nel vertice a nord sorge un grande sorge un grande torrione quadrangolare, chiamato Torre dello Sperone. Il muro meridionale del castello è ciò che resta dell’antica cattedrale che, intorno al Mille,aveva preso, in parte,il posto degli antichi edifici messapici”. La Città è divisa in quattro rioni, la parte più alta ossia quella in cui risiede il Castello è dedicata alla potente struttura militare ed è caratterizzata iconograficamente da una torre rossa sormontata da una corona su fondo azzurro; il secondo rione richiama la colonia di Ebrei presenti sul territorio, questo si distingue per lo stemma raffigurante un candelabro a sette bracci; il terzo rione è situato sulla “lama” ossia la pianura dove sfociavano le acque del castello, nel gonfalone è visibile un albero di arancio ed un pozzo; entrambi i simboli rimandano alla volontà di San Francesco d’Assisi di lasciare delle tracce del suo cammino in terra oritana. L’ultimo rione deriva dalla presenza del Colle di San Basilio, mentre lo stemma è costituito da una croce greca con stelle agli angoli.
Il Castello, conosciuto come “Gigantesco gioiello di pietra”, si fronteggia a lunga distanza con gli altri Castelli nel Brindisino e con il più noto ed ottagonale Castel del Monte; il mastio di Oria viene completato successivamente dalle torri cilindriche di epoca angioina; nei pressi della succitata Torre del Salto si colloca l’arcaica cripta dei Santi Crisante e Daria patroni originari della città.
Come ogni buon castello che si rispetti, intorno alle poderose mura si intravede una sottile velatura nebbiosa, la quale richiama alla mente la “leggenda di Oria fuomsa”; da queste parti si narra del gesto di una fanciulla che si suicido trafiggendosi il cuore o gettandosi dalla torre del castello per sfuggire ai desideri focosi di un castellano. Un’altra versione più macabra racconta della disperazione di una madre che, dovendo sacrificare la propria figlia su suggerimento dell’oracolo per evitare che le mura del castello crollassero, imprecò contro la città : “Possa tu fumare Oria, come fuma il mio cuore esasperato”. Oltrepassando una delle tre porte che racchiudono il borgo ossia Porta Lecce, costruita intorno al 1727, facciamo ritorno verso casa.

Giuseppe Arnesano


domenica 6 febbraio 2011

L'albero della Manna

Pubblicato sul Il Paese Nuovo il 6 febbraio 2011


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I luoghi del Salento/Supersano

Cripta del Santuario
“Febbraio è un mese di languori, il cuore del mondo è greve, ignaro ancora dell'inquieto aprile e del vigoroso maggio”. Con i versi del letterato francese William Somerset Maugham inauguriamo la prima domenica del mese; dopo aver percorso la S.S. Maglie-Leuca nel cuore delle Serre, luogo dove un tempo prosperava il Bosco Belvedere a metà strada tra i due mari, approdiamo nel territorio del Comune di Supersano. Ipoteticamente il toponimo del comune deriverebbe da sanu(m) riferibile alla “genuinità” del clima visto che, su quegli atavici ed incontaminati terreni si adagiava il verdeggiante e leggendario Bosco Belvedere allo stesso tempo luogo impervio e poco vivibile.
Lentamente la storia ci restituisce indizi e tracce utili a ricomporre quell’esteso mosaico che raffigura l’evoluzione della nostra civiltà, ed è solo grazie al prezioso intervento della “Ricerca” se siamo in grado di osservare e comprendere il tale passato. I primi ritrovamenti, alcuni dei quali ancora più primordiali delle epoche prese in considerazione, sono riferibili ad una presenza umana riguardante l’Età Arcaica (VI-V secolo a.C.); in altri casi, sempre dopo i dovuti interventi dell’Università di Lecce, veniamo a conoscenza di due siti, uno riferito al Neolitico mentre il secondo è collocato in uno stanziamento Ellenistico datato tra il IV ed il III secolo a. C.
Al tempo dei bizantini in Salento, probabilmente la vita di quelle “rudimentali” civiltà fu attiva nei pressi della palude di Sombrino situata all’estremità del Bosco Belvedere; nella zona industriale di Supersano conosciuta come “Scorpo”, sono state ritrovate delle testimonianze di un insediamento umano di età alto medioevale, vale a dire delle capanne (Grubenhauser) simili ad altri esempi recuperati nell’Europa del Nord. Sul luogo del ritrovamento, ovvero nella “sabbia di Cutrofiano”, sono stati rinvenuti utensili ed oggetti vari che fanno pensare alla potenziale coltivazione e lavorazione del lino presso gli accampamenti della primordiale Supersano.
Tuttavia, il primo feudo maggiormente documentato è quello del 1195 facente parte del principato di Taranto, allorquando l’imperatore Federico I di Svevia lo concesse al primogenito Enrico VI.
Attualmente in Piazza IV Novembre risiedono, nel massiccio Castello feudale architettonicamente consono agli “stilemi” medioevali dei normanni in Salento, gli uffici del Comune di Supersano; del nucleo originario rimane il Mastio, caratterizzato dalla torre centrale inglobata nelle strutture difensive di epoca successiva. Allo stesso periodo è riferibile la “Motta di Specchia Torricella”, circolare altura artificiale caratterizzata da resti di una torre di avvistamento che si ergeva sulla sommità di essa; dalla difensiva torre di legno,si poteva scorgere gran parte del territorio circostante. Percorrendo la zona della Rimembranza di Supersano, lungo quella via definita a suo tempo “misteriosa”, giungiamo ai piedi della scala che ci conduce al settecentesco Santuario della Madonna di Coelimanna.
Il contesto nel quale si è sviluppata la presenza del Santuario, arricchito dall’affascinante cripta e dalle due decorazioni parietali di matrice bizantina la prima datata al XIII secolo e la seconda più tarda, riguarda l’attività delle comunità di monaci basiliani, particolarmente fervidi tra il IX ed il XIV secolo alle pendici della boscosa Serra.
L’origine più accreditata del nome Coelimanna riguarda la presenza dell’Albero della Manna (Fraxinus orus, pianta della famiglia delle Oleaceae, nota come Orniello od Orno) nell’agro di Supersano; probabilmente dall’albero succitato, le prime comunità monastiche riuscirono ad estrarre la Manna (sostanza chiamata zucchero di manna che sgorga dalle incisioni della corteccia) conosciuta per le sue proprietà officinali e medicinali. Prima di concludere, non possiamo non citare il mito secondo il quale, uno sconosciuto principe romano affetto da un morbo inguaribile, venne miracolato dalla presenza della Vergine svelatasi con il titulus di Coelimanna; cosi il “miracolato”  innalzò in quel luogo un monumento perenne. Altre leggende narrano che, proprio sul bivio Supersano-Casarano, durante il trotto, il cavallo del “miracolato principe romano”, decise di fermarsi e prostrarsi sulle zampe anteriori come segno di devozione e ringraziamento.


Giuseppe Arnesano

martedì 1 febbraio 2011

Nella terra delle Vore

Pubblicato sul il Paese Nuovo il 30 gennaio 2011


I luoghi del Salento/Barbarno del Capo

Anche questa domenica ci ritroviamo ad inseguire la storia, la cultura e la tradizione lungo le strade del “Salento meridionale” a pochi chilometri dalla fine della terra ferma. Barbarano del Capo, frazione di circa 952 abitanti, rientra nei confini amministrativi del Comune di Morciano di Leuca.
Questo piccolo centro è adagiato nella vallata di Serra Falitte e Serra Montesardo in vicinanza delle due profonde bocche carsiche conosciute localmente come Vora Grande e Vora Piccola.
Le origini del paese risalgono alla distruzione dell’antica città messapica di Veretum, avvenuta durante le feroci scorribande saracene del IX secolo d.C.; probabilmente il nome della frazione deriva dall’aggettivo “barbari” poiché, gli scampati abitanti dell’attuale comune di Patù (Veretum), rifugiatisi nel collinare entroterra e protetti da una fitta vegetazione, mantennero vivo il ricordo di quella sventurata distruzione nel toponimo di Barbarano.
Il forte vento, che s’insinua e velatamente riempie quei vuoti architettonici caratterizzati dalla copertura di una volta a crociera, sembra sussurrare la storia del bucolico e monumentale situm del Santuario di Santa Maria di Leuca del Belvedere, meglio noto come Leuca Piccola. Poco distante dal centro storico del paese, dominato dal cinquecentesco Castello e dall’alta e quadrata Torre dei Capece (ultimi feudatari del luogo), ammiriamo su Via dei pellegrini,ossia su quel mistico sentiero che conduceva e conduce al più conosciuto Santuario di Santa Maria di Finibus Terrae, il “sacro complesso del Belvedere”.  Il piazzale, dove sorge la Chiesa e le antistanti strutture che servivano per il ricovero dei pellegrini e degli animali, è intitolato a San Lazzaro; la solidale struttura architettonica,invece, venne edificata per volere di Don Annibale Capece nel corso del XVII secolo per venire incontro a quei “viandanti dalla conchiglia sul petto” che sostavano,pregavano e riposavano prima di riprendere,alle prime luci dell’alba, il liberatorio “cammino della perdonanza” tra le braccia della “Signora” di Leuca.
Il titulus della Chiesa deriva dal fatto che dalla sua terrazza, accessibile da una scaletta, si scorge il “belvedere” ed in particolare si delinea, lungo l’infinita linea d’orizzonte l’ultimo faro di Leuca; la Chiesa del Belvedere ad aula unica, preceduta da un pronao (nel tempio greco, spazio fra il colonnato e la parte antistante della cella templare) con tre arcate addossato alla facciata principale, presenta linee architettoniche rinascimentali; attorno alla sacra costruzione invece, si alzano i resti delle mangiatoie dei cavalli, del frantoio del vino e delle altre strutture di accoglienza, tutte scavate nella roccia come ipogei,pozzi e nicchie votive.
Sul fianco della chiesetta un grande arco a sesto acuto si affaccia sul terreno dove anticamente si svolgevano le fiere, qui possiamo notare i ruderi di una locanda dove era collocata una lastra sulla quale furono effigiate le 10 P significanti: “parole poco pensate portano pena perciò prima pensare poi parlare” , ossia rudimentali ma acuti spunti di saggezza popolare.


Giuseppe Arnesano